04 marzo 2006

Un caso per due (2)

Il commissario annuì. Bagnasco aveva visto giusto, in quel testone deforme i neuroni giravano che era un piacere: forse, a causa della forma ellissoidale, acquistavano velocità come nei velodromi! La sua intuizione era banale e spiazzante al tempo stesso, e rimetteva in questione le prime fasi dell’indagine. L’elfo non si era impiccata da sola a meno che non sapesse levitare. Viste le foto e considerando che fosse almeno un’ottantina di chili tutt’al più sapeva lievitare.
- Due cose. Prima un controllo sui beni della nana, poi un controllo sull’altezza di vicini e parenti. Prima i parenti.
- Comandi! - disse fiero Frastuzzo.
Il giorno dopo nella sala degli interrogatori c’era un watusso che sosteneva di essere il figlio della Rossi, al secolo Gianmario Pertica. Figlio di Pietroluca Pertica e Rosa Rossi, appunto. Evidentemente, almeno dal lato paterno, nel cognome era contenuto l’etimo della specie. L’attento Frastuzzo, appena ricevute le misure del corazziere, aveva calcolato che per quei due metri e sette centimetri l’impresa di legare una corda in piedi sopra ad una sedia faceva scappare da ridere. Forse si sarebbe persino leggermente genuflesso per non battere la testa. Il lampione continuava a negare di essere venuto a Ruscazza quel giorno ma Sbrodo aveva immediatamente inventato un paio di testimoni che lo avevano visto facendo subito breccia. Successivamente il gigante sostenne sì di essere venuto per affari ma di non essere andato dalla madre, al che il commissario iniziò a lavorarlo ai fianchi chiedendo la ragione della prima menzogna così sfibrandolo ed ottenendo la confessione di essere stato dalla madre ma di essersene andato che stava bene. L’ultima stoccata Sbrodo la inflisse consegnando l’estratto conto dell’elfo che, per una vincita alla lotteria accaduta meno di un mese prima, si ritrovava in banca un discreto patrimonio. Per il marcantonio invece le cose non andavano proprio bene e in quanto figlio unico e unico erede si sarebbe accaparrato tutta la torta?
- Torna? - chiese infine Sbrodo quando era orami certo di averlo messo alle strette e francamente stanco dopo tre ore ininterrotte di interrogatorio senza bere o pisciare.
Il watusso scoppiò in lacrime e Frastuzzo, dietro al finto specchio, ammirò molto la tecnica lucida e mirata del commissario che, si diceva, aveva sempre fatto cantare tutti quelli che si era portato nella stanza degli interrogatori. L’uomo confessò il crimine dettagliando la sua idea e la successiva messa in pratica, chiedendo scusa non si sa bene a chi e lasciando di sé un’immagine abbastanza pietosa. Due metri di uomo che lacrima in quel modo fa un certo effetto.
- E come ha fatto a far scrivere quel biglietto a sua madre? Abbiamo appurato che la calligrafia era la sua. - chiese per curiosità Sbrodo.
- Mi madre ha un passato da poetessa trash. Quella è una delle sue tante poesie che teneva in un raccoglitore che ho trafugato quel giorno. Adesso l’ho a casa.
Il caso fu chiuso e l’uomo arrestato. Ma la curiosità dei due fu sedata solo quando furono in possesso della preziosa prova, il raccoglitore di poesie trash del folletto. Una giuria interna del commissariato votò le tre migliori.
Al primo posto: “Vacca troia mi sono pisciata addosso stronza!…
Al secondo posto: “Sei una stupida puttana, ti sputo in un orecchio e la saliva esce dall’altro.
Al terzo posto: “Minchia che male la ceretta col Vinavil!
Ma la giuria ne segnalò anche molte altre.
Sbrodo